25/08/2026
NUMERO 4

Il caldo non è solo una temperatura

Perché 32 gradi non significano sempre la stessa cosa

Quando si parla di sicurezza sul lavoro durante l’estate, il primo dato che si tende a controllare è la temperatura.

Trentadue gradi sembrano tanti. Ventotto sembrano più gestibili. Trentacinque fanno scattare immediatamente l’allarme.

Il problema è che il corpo umano non legge il termometro.

Per capire quanto una giornata sia davvero rischiosa, bisogna considerare anche l’umidità, la ventilazione, l’esposizione diretta al sole, il tipo di abbigliamento, lo sforzo richiesto dall’attività e il calore prodotto da superfici, impianti o macchinari.

La stessa temperatura può quindi corrispondere a condizioni molto diverse.

Quando il sudore smette di funzionare

Il nostro organismo mantiene una temperatura interna relativamente stabile attraverso diversi meccanismi. Uno dei più importanti è la sudorazione.

Il sudore, però, non raffredda il corpo semplicemente perché viene prodotto. Il raffreddamento avviene quando evapora dalla pelle.

In un ambiente molto umido, l’aria contiene già una quantità elevata di vapore acqueo e il sudore evapora con maggiore difficoltà. Si può quindi sudare molto senza ottenere un raffreddamento efficace.

Una giornata con una temperatura non eccezionale ma con umidità elevata può risultare più impegnativa di una giornata più calda ma secca e ventilata.

Anche l’assenza di movimento dell’aria ha un ruolo importante. In un capannone poco ventilato, in un magazzino, in una cabina di guida o in un locale tecnico, il calore può accumularsi senza che il lavoratore sia direttamente esposto al sole.

Per questo lo stress termico non è un rischio limitato ai cantieri o all’agricoltura. Può riguardare anche industrie, logistica, trasporti, cucine professionali, lavanderie, officine e ambienti di servizio privi di un raffrescamento adeguato.

Il calore prodotto dal lavoro

A complicare ulteriormente il quadro c’è l’attività fisica.

Il corpo umano produce calore mentre lavora. Sollevare pesi, spingere carichi, salire scale, utilizzare strumenti pesanti o compiere movimenti ripetitivi aumenta la produzione interna di calore.

In altre parole, una persona può trovarsi in difficoltà anche quando la temperatura ambientale, presa da sola, non sembra estrema.

Il rischio dipende dalla combinazione di due fonti: il calore che arriva dall’ambiente e quello generato dall’organismo.

Anche i dispositivi di protezione individuale possono influire sul bilancio termico. Tute, guanti, caschi, maschere e indumenti impermeabili sono indispensabili contro specifici rischi, ma possono limitare l’evaporazione del sudore, aumentare il peso trasportato e richiedere uno sforzo maggiore.

Non significa che i DPI vadano eliminati o utilizzati in modo meno rigoroso. Significa che la loro presenza deve essere inclusa nella valutazione del rischio e nell’organizzazione delle pause.

Il limite del termometro

Per descrivere meglio queste condizioni vengono utilizzati indicatori più completi, come il WBGT, acronimo di Wet-Bulb Globe Temperature.

Il WBGT combina diversi elementi: temperatura dell’aria, umidità, irraggiamento solare e movimento dell’aria. Può inoltre essere messo in relazione con il carico di lavoro e con gli indumenti indossati.

Non è semplicemente un modo più sofisticato per dire quanti gradi ci sono.

Serve a rispondere a una domanda diversa: quanto è difficile, in quelle condizioni, disperdere il calore prodotto dal corpo?

Questo passaggio è importante anche dal punto di vista culturale. Valutare il caldo osservando soltanto il termometro rischia di trasformare la sicurezza in una soglia rigida: sotto un certo numero si lavora normalmente, sopra ci si preoccupa.

Lo stress termico, invece, si muove lungo un continuum. Può aumentare gradualmente e può diventare significativo prima che la temperatura raggiunga valori percepiti come eccezionali.

Prima del malore arrivano gli errori

Gli effetti del caldo non iniziano con il colpo di calore.

Molto prima possono comparire stanchezza, irritabilità, mal di testa, crampi, vertigini, difficoltà di concentrazione e riduzione della coordinazione.

Sono segnali che riguardano la salute, ma anche la sicurezza operativa.

Una persona affaticata dal caldo può impiegare più tempo a interpretare un segnale, dimenticare un passaggio, stimare male una distanza o reagire in ritardo a un movimento improvviso.

L’OMS indica lo stress termico come un fattore in grado di aumentare il rischio di incidenti. I dati disponibili mostrano inoltre una riduzione della produttività quando cresce il WBGT, segno che il corpo sta utilizzando una parte sempre maggiore delle proprie risorse per mantenere l’equilibrio termico.

In un contesto industriale, pochi secondi di esitazione possono fare la differenza.

La temperatura diventa quindi una variabile che agisce anche sulla percezione, sull’attenzione e sulla capacità decisionale.

Una misura dinamica

La lezione più importante è che non esiste una temperatura universalmente sicura per qualsiasi persona e qualsiasi attività.

Un valore accettabile durante un lavoro sedentario può essere critico durante un’attività fisica intensa. Una condizione gestibile all’ombra può diventare rischiosa sotto il sole diretto. Un ambiente tollerabile con abbigliamento leggero può non esserlo con una tuta protettiva.

Il caldo non è un numero isolato.

È il risultato dell’interazione tra ambiente, compito, organizzazione e caratteristiche individuali.

Per gestirlo serve quindi una sicurezza capace di cambiare insieme alle condizioni, senza aspettare che il termometro raggiunga una cifra simbolica.

Safety insight

Durante i mesi estivi, associare il controllo della temperatura a umidità, ventilazione, irraggiamento, tipo di attività e DPI utilizzati. Il rischio reale nasce dalla loro combinazione.

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